la scomposizione della luce principale, ovvero tungsteno vs flash

Mi occupo (anche) di fotografia di cibo da una quindicina d’anni (scrivo anche perché ci sarebbe da discutere se in fotografia commerciale la super-specializzazione in un settore sia sempre fruttuosa, ma magari ne farò il soggetto di un prossimo post). È capitato di parlare con colleghi che concepissero l’illuminazione del set per il cibo solo ed esclusivamente con flash “perchè fa meno caldo”. In realtà, non è vero, a meno che non usiate tagli di luce piuttosto grandi: 2-4 kw e oltre. In tutti questi anni ho usato praticamente tutti i tipi di sorgente luminosa ma sono rimasto fedele, ove possibile, alla scelta fatta all’inizio della carriera per motivi di budget: tagli di luce da 0,5 o 1 kw. Il tungsteno è decisamente più versatile: avendo a disposizione due tipi di illuminatore, con lente di Fresnel e senza, e qualche attrezzo da bricolage, si è in grado di creare – volendo – quelle attrezzature che per essere montate su una torcia flash dovrebbero essere acquistate generalemente a costi elevati (per come sono fatte). È una cosa che ho imparato a fare sul set di Portami via, film di Gianluca Tavarelli del 1994, come assistente operatore di Pietro Sciortino. Su un set cinematografico, soprattutto sul set di un film a basso costo, se ti manca il diffusore della dimensione giusta, te lo fai: un po’ di legno per il telaio, qualche rullo di frost e il cosiddetto bank è fatto. Certo, se – per esempio – hai bisogno di quel look sci-fi/hi-tech che solo il neon (o lo xenon) ti può dare, devi avere i Kino Flo o simili. Ma il tungsteno è perfetto per molti still-life, compresa la fotografia di cibo. Se usi il flash tendi a posizionare il bank – giustamente – vicino al soggetto. Peccato che vicina sia anche la lampada pilota che sei costretto a tenere accesa se tu e il cliente volete vedere qualcosa. Col tungsteno, vicino al soggetto ci metti solo il telaio col frost mentre la lampada è decisamente più lontana.

Vi è inoltre una ragione romantica per cui ho scelto il tungsteno sin dall’inizio: il cinema è la mia seconda passione (a volte la prima, dipende) e molti anni fa lessi un libro molto interessante: “La Luce nel Cinema, introduzione alla storia della Fotografia nel film” di Stefano Masi. Qui si narrava anche di Aldo Graziati, un operatore francese di origini italiane operativo nella prima metà del ‘900 proveniente dalla still-photography e che [ …

… cercò di realizzare una luce vera e plausibile per ogni situazione di racconto, muovendosi secondo una logica analitica, funzionalista anche in teatro di posa, mirando cioè alla giustificazione narrativa delle fonti di luce adottate. Nella pratica, il suo stile era caratterizzato dall’uso di un gran numero di apparecchi illuminanti di piccolo taglio]. … [Aldo scomponeva la fonte di luce ideale – per esempio, la luce che si suppone venire da una finestra – in tanti piccoli colpi di luce che rispettavano quella direzione ma ottenevano un effetto assai più pittorico di quello che avrebbe ottenuto un vero raggio di sole che passasse attraverso una vera finestra].

Scomposizione della luce principale, appunto.


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