affinità

Alcuni anni fa, per realizzare questa immagine avrei utilizzato il mio banco ottico 4×5″, eseguendo almeno due alternative: la prima senza aggiungere gelatine colorate e l’altra “liscia”, come dicono al bar. Se fossimo stati negli anni ’90 avrei utilizzato con tutta probabilità l’8×10″: avrei scattato almeno una dozzina di pezzi per versione e li avrei consegnati a Carlo Fabro chiedendogli una delle sue magie. Tra test e versioni definitive, sarebbe passato un giorno, magari due.

Alcune settimane fa ho eseguito questo lavoro tutto in studio, come avviene da anni: dal dorso digitale al MacBook Pro; da questo al MacPro; da qui al server ftp della Condé Nast. Le uniche persone che ho visto, le ho incontrate al bar dove sono andato a prendermi un caffè (due volte!) nonostante abbia una cucina attrezzatissima in studio. Niente passeggiata in zona Tortona, niente chiacchiere con Carlo Fabro o con qualcuno del laboratorio. Va bene così: lavoro in una casa/studio con un figlio di 8 mesi che si fa sentire (!) in un condominio con quattro gallerie d’arte per cui posso anche visitare una mostra o farmi due ciance con i vicini (roba che, a Milano, secondo me, accade solo in questo condominio).

Sono cambiate molte cose.

Ma una, secondo me, non è mai cambiata: puoi lavorare bene solo con gente che ti piace, che abbia con te delle affinità, non necessariamente elettive, ma delle affinità. Ogni volta che rileggo le parole di Milton Glaser, ri-scopro questa verità. Tutte le volte che un lavoro non è andato a buon fine, se ci penso, è stato (anche!) perchè il rapporto col cliente non era granché.

Nuovo lavoro per Vanity Fair Italia pubblicato sul numero 10/2010.

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